Sedute_2

Sedute_2

Biscotti

Ragazza – (Mastica croccanti – per esempio biscotti secchi, fiocchi di grano turco etc… e parla) Lui mi ha accoltellato di schiena, ma io gliela mastico come questi biscotti. Ora mi calmo… Mastico questa cose per non rompergli la faccia. Quella faccia tosta e dura. Ce la spezzo come un biscotto di lievito. Piglio questo biscotto puntuto e ci scrivo sulla faccia. Non mi risponde più, disonesto!… Basta! che ora mi viene di vomitare!

Istant_6

Istant_6

E’ fiera Teresa

Questi personaggi che vivono dentro di me, spuntano, e non sempre, senza che io me ne accorga. A ciascuna ho dato un nome che ricordi la sua specialità: Caterina mi ricorda la zarina russa, rigida, severa, punitrice; Emma è identica alla Bovary, fragile, depressa, col capo e il cuore coperto dalle illusioni; aggressiva, una furia è Emma. Teresa è speciale, ha parole per tutti, prega e compatisce, mi fa ballare nell’acqua e mi tiene strette le mani, ogni tanto mi solleva, mi appoggia tra la spalla e la pancia, e sento il calore sulla schiena. Stringe e contiene le amarezze, morbida la sua mano mi protegge. E’ fiera Teresa.
Elvira Fusto

Istant_5

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Scene infantili

“Scene infantili” o “Kinderszenen” sono brevi composizioni musicali di Robert Schumann.
Lui stesso ne chiarisce la portata e la destinazione in una lettera a Clara dell’11 febbraio 1838: «Se è lecito rinvenire un’eco di quanto una volta mi dicesti circa il fatto che talora assomiglierei a un fanciullo, ebbene essa va trovata in una trentina di piccoli pezzi bizzarri, dodici dei quali ho chiamato Kinderszenen. Ti divertiranno ma dovrai ovviamente dimenticare di essere una “virtuosa”. Essi si spiegano tutti, da sé e nel modo più elementare possibile».

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Pettirosso maschio

Mi fa distendere nuda tra la lantana, sotto un limone, anche in una giornata di pioggia come questa e siamo rimaste io e lei tra quelle foglie, senza distinguerci, bagnate, verdi, gialle come i fiori fitti e tondi, secche come i rami dell’autunno scorso. E’ febbraio e ancora non li ho potati, ma spingono e germogliano ogni giorno.
Ora sono sola, sto a contatto con la terra, sento di appartenerle e non temo di sporcarmi, allargo le braccia e le gambe e la riceve tutta, insieme al pettirosso maschio che balla sulla mia pancia, becca la pelle e non ho più paura.
Elvira Fusto

Et voilà

Credo che le sue foto siano dettate da un naturale istinto alla composizione e al taglio dell’istante, dal lasciarsi andare senza troppo pensare, così viene fuori la sua magia.

Il suo  talento è sfiatato, forse aiutato dall’urgenza e dal piacere, fine a se stesso, di scattare, ritrarre e bearsi nel rivedere, ma non sempre, ciò che ha preso, non tanto il suo occhio ma la sua anima. A volte l’occhio non se ne rende conto, tant’è che lui stesso si stupisce quando vede l’immagine ritratta. C’è l’intenzione, l’istinto, ma anche la straordinarietà. Non saprei dire che cosa le accade di preciso, ma succede e le succede sempre più spesso.

Lo scorso anno stavamo sedute in un bar, lei mi ha mostrato sull’Ipad le sue foto. Avevo uno sguardo distaccato, un po’ annoiato e viste sotto sopra -stavamo l’una di fronte all’altra- devo dire che mi emozionavano. Parlavano anche a testa in giù. Facevo associazioni e richiami che a primo impatto non comprendevo, quelle foto mi trasportavano in altri luoghi, reali, solidi, ma a volte surreali, come certi sogni che non prendi più quando ti svegli, ma il sapore rimane forte. 

Mi ha raccontato come è andata: “Ho cominciato durante un viaggio in Brasile, è facile lasciarsi appassionare da un paese straniero, esotico e caotico. E’ facile… Al mio ritorno ho ricevuto una serie di complimenti sui miei scatti; e dai e dai, ho continuato. In ogni dove ho scattato, soprattutto nei luoghi pubblici, nei non luoghi, nei confini tra città e città, mi sta bene il vestito della streetphotography così come una buona dose di ironia”. 

L’insieme dei suoi scatti sembra che sia il risultato di una ventina di mani diverse, stili, soggetti e situazione. C’è un eclettismo molto forte, un po’ folle, come può essere la ricchezza e la varietà. Ma, come dicono alcuni esperti, c’è qualcosa in più. Insomma accade quello che gli orientali chiamano “farsi canale” di espressioni che sono al di sopra di noi e ci porta nell’essere autentici. Forse è questo ciò che gli altri vedono nelle sue foto. 

Ho fatto questo esercizio quando Gaetana mi ha chiesto di accompagnare con un testo le sue foto: uno sguardo alla foto, occhi chiusi e poi non staccare la penna dal foglio per un paio di minuti. Et voilà!

Elvira Fusto